SPIRITUALITA': DI CHE SI TRATTA? di Monica Cornali
“Questa vita, dentro cui siamo capitati nascendo senza sapere perché, ha mille ragioni per essere una grazia , e mille altre per essere una disgrazia: ma cosa è vero? Che è una grazia, o una disgrazia? E poi i nostri morti....è un bene o un male che essi siano esistiti, che siano apparsi in questo mondo? Se alla fine comunque si deve morire, è meglio nascere o non nascere, essere stati o non essere mai stati? Che cosa è vero, alla fine?” Così si esprime il teologo Vito Mancuso. Ciascuno di noi, nel momento in cui si pone queste domande attinge alla sua dimensione spirituale. La spiritualità, infatti, risponde ad una tensione intima alla trascendenza che caratterizza tutti gli individui, che è originaria rispetto a qualsiasi rappresentazione e regola culturale e che si distingue dalla “religiosità” (Testoni, 2015), pur potendo anche incanalarsi in una forma religiosa.
L'uomo si ritrova da sempre circondato, assediato, dal mistero della vita, che lo affascina ed insieme lo angoscia. Vi è in lui il tentativo di venire a capo del mistero della vita nella sua globalità, di afferrare la sua bellezza e di non venire schiacciato dalla sua imponderabilità. Egli si pone domande di senso, ricerca il bene, si scopre essere limitato eppure anelante l'infinito.
Viktor Frankl, psichiatra che ha vissuto l'esperienza del lager - da cui poi è scaturita la messa a punto del suo approccio psicoterapico, la logoterapia, basata sulla ricerca di significato - ha parlato di “Dio nell'inconscio”, proprio riferendosi alla dimensione preverbale della spiritualità umana.
La tensione intima alla trascendenza può costituire, se ben orientata, una fonte di resilienza, di forza e di energia sia di fronte alle sconfitte ed alle sofferenze che inevitabilmente si incontrano nella vita (Pangrazzi, 2011), sia per affrontare il tema della morte e l'esperienza del morire (Testoni, 2015). Coloro che si occupano di cure palliative sanno quanto sia importante, oltre all'aspetto fisico e psicologico, la cura della dimensione spirituale del malato e dei familiari, affinché, in base ai percorsi di vita, alla mappe interiori ed all'orizzonte di valori, possa attingere ad un senso di pacificazione, fiducia e compimento della sua parabola terrena, agevolando in tal modo anche il processo di elaborazione del lutto.
A pochi che muoiono quando la misura della loro vita è colma, si contrappone la grande schiera di quelli la cui vita ci pare incompiuta, per i quali non è nemmeno il caso di parlare di adempimento nel senso dell'individuazione. Da qui al sentimento della tragicità o addirittura dell'insensatezza non c'è che un passo; e tuttavia non disponiamo d'altro che di riflessioni umane e soggettive che prendono a presupposto la norma di una vita realizzata, vissuta in maniera ottimale, di lunghezza media. Quale sia stato oggettivamente, sub specie aeternitatis, il destino di una vita e quale ne fosse il senso, l'uomo non lo può accertare: “La risposta alla vita umana non si trova entro i confini di questa vita” (C.G.Jung, Lettera alla signora Oppenheim, 12 agosto 1933, in Incontri con la morte).
Allo stato attuale, la prospettiva giudaico-cristiana, così come è stata fino ad oggi interpretata (Testoni, 2015) si mostra inadeguata a fornire orizzonti di senso all'uomo contemporaneo. Anche il paradigma scientifico è assai carente; vengono alla mente alcune parole di Wittgenstein: “Noi sentiamo che, persino nell'ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati”. Siamo rimasti sguarniti di un linguaggio adeguato per poter esprimere l'inesprimibile: quella speranza, quella certezza di essere eterni (Testoni, 2015) che da sempre ci abita. Tale linguaggio, diverso da quelli che fino ad oggi le religioni hanno adottato sotto l'egida di terrore/peccato/redenzione, è tutto da inventare e cominciare a farlo con le nuove generazioni, sarebbe un'occasione imperdibile. Si tratta di una rivoluzione culturale pacifica, che non intende estromettere a priori la religione dal percorso di crescita del giovane, ma che la sfida a definire nuove soluzioni e campi di studio, che superino l'interpretazione della parola di Dio secondo le categorie sopra citate e francamente non più condivisibili. È parimenti auspicabile destituire la scienza, causa dell'angoscia e dell'errore più abissale poiché considera l'uomo come mera materia contingente, dallo statuto di verità assoluta.
Nel deficit simbolico e nella carenza di vitalità spirituale che caratterizza il nostro orizzonte socio-culturale, è auspicabile creare delle narrazioni (Campione, 2012) che permettano ai bambini di oggi – e agli adulti di domani – di abitare la vita di tutti i giorni nella consapevolezza del limite, del mistero, e nella capacità di sperare (Bormolini, 2015).
Il teologo Mancuso è a mio avviso un esempio di questo tentativo. Per secoli in Occidente la fondazione del pensiero di Dio è stata attuata a partire dalla Chiesa e dalla Bibbia. Egli intende parlare di Dio a partire dall'io, collocando un altro fondamento, molto più intimo, del tutto interno a noi stessi, giocando la partita della vita e del suo senso come un incontro tra io e Dio, il cui nucleo centrale si struttura sul sentimento del Mistero che circonda la vita.
La spiritualità ha a che fare con l'orizzonte e l'ermeneutica del Mistero: esso va contemplato, non risolto come fosse un problema a cui cercare una soluzione, né svelato ad ogni costo. Il Mistero non è dato dall'impoverimento dell'esperienza vitale, come qualcuno superficialmente ritiene, spiegandone l'origine sulla base dell'ignoranza o dell'oppressione e riducendolo a enigma. Chi pensasse così, tenga presente la frase di Niels Bohr, padre della meccanica quantistica: “Ci sono due tipi di verità: le verità semplici, dove gli opposti sono chiaramente assurdi, e le verità profonde, riconoscibili dal fatto che l'opposto è a sua volta una profonda verità”.
Quando si crede in un orizzonte trascendente, se si analizza ciò sul piano psicologico, si presentano sempre le strutture e i contenuti di una proiezione e vi è sempre il sospetto che sia così. Non è, tuttavia, il dato di fatto della proiezione a decidere se l'oggetto cui essa si riferisce esista oppure no. E' possibilissimo che al desiderio di Dio corrisponda una realtà di Dio. E perché non dovrei desiderare che con la morte non sia tutto finito, che la mia vita e la storia dell'umanità abbiano un senso, che, in breve, Dio ci doni la vita eterna? (H. Küng, 2015). E' un po' quello che dice anche Francesco Campione, uno dei maggiori studiosi contemporanei del processo del morire: “Siccome è un mistero, siccome non sappiamo, possiamo continuare a desiderare il Bene come sempre”, chi ce lo impedisce?
Quello che voglio dire è che “Sulla strada del mistero si salvano la vita e la morte, invece fuori di essa la morte diventa brutale e la vita insensata: dove c'è realmente una fine, di per sé, non c'è alcun mistero. Ma dove c'è mistero non c'è quella che chiamiamo “fine”. C'è piuttosto una sovrabbondanza di realtà che non riusciamo a scandagliare. Così si deve dire che la morte è mistero, mentre non siamo autorizzati a dire che sia la fine”. (Mancini, 2010)
Alla luce di queste considerazioni, ritengo non sia più possibile porre la questione in termini dualistici tra chi crede e chi non crede: in ognuno di noi c'è sia il credente che il non credente, come ebbe a dire il Card. Martini.
Norberto Bobbio, si definì sempre lontano dalla fede. In un testo particolarmente delicato però, denominato Ultime volontà e pubblicato sulla “Stampa” il 10 gennaio 2004, all'indomani della sua morte, il grande filosofo torinese giunse a scrivere: “Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare fino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi”.
In conclusione, affrontare la vita, le emergenze, le sofferenze, alla luce della spiritualità significa vivere sapendo di non sapere (Socrate ce lo ricorda e i mistici parlano di ‘docta ignorantia’), ma proprio per questo sorge in noi la possibilità di desiderare e sperare.
“Si può giungere a chiamare “padre” il senso ultimo del mondo. E' un'illusione o l'approdo alla realtà suprema? Nessuno può rispondere con certezza intellettuale, può solo argomentare a partire dal sapore della sua vita e dai frutti che essa porta” (Mancuso, 2017).
Bibliografia:
N. Bobbio, Ultime volontà, in N.Bobbio, Etica e politica, Milano: Mondadori, 2009.
N. Bohr, My Father, New York: John Wiley, 1967.
F. Campione, La domanda che vola, Bologna: EDB, 2012.
M.Cornali, Vivere la morte come sorella, Effatà, 2023.
H. Küng, Morire felici? Lasciare la vita senza paura, Milano: Rizzoli, 2015.
R. Mancini, Il senso della fede, Brescia: Queriniana, 2010.
V. Mancuso, Io e Dio, Milano: Garzanti, 2011.
V. Mancuso, Il coraggio di essere liberi, Milano: garzanti, 2016.
V. Mancuso, Il bisogno di pensare, Milano: Garzanti, 2017.
C.M. Martini, Le cattedre dei non credenti, Milano: Bompiani, 2015.
I.Testoni, G. Bormolini, E.Pace, & L.V. Tarca, Vedere oltre. La spiritualità dinanzi al morire
nelle diverse religioni. Torino: LINDAU, 2015.
I.Testoni, L’ultima nascita. Psicologia del morire e Death Education. Torino: Bollati
Boringhieri, 2015.
A. Pangrazzi, Superare il lutto. Trento: Erickson, 2011.
P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica. Torino: Einaudi (ed. orig. 2002).
V. Frankl, Dio nell'inconscio. Brescia: Morcelliana., 2014.
L.Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicum 6.52 (1921), in Tractatus logico-philosophicum
e Quaderni, Torino: Einaudi, 1998.